1) Ripristinare la dove sono stati eliminati, (come al Comune di Pistoia) gli Sportelli Informativi per Migranti, utili a tutti i migranti compresi gli italiani che con essi hanno rapporti;
2) Ricreare luoghi di incontro tra nativi e migranti (come accadeva a Pistoia al Centro Stranieri) così da favorirne l’incontro, l’inclusione, il monitoraggio di possibile situazioni a rischio;
3) Ridurre fino alla loro chiusura i CAS - Centri di Accoglienza Straordinaria (con numeri enormi che già nell’acronimo affermano di essere ‘straordinari) per sostituirli con strutture che si basino sulla rete SAI - Sistema Accoglienza e Integrazione (eredi degli SPRAR ma con servizi e denari più ridotti ) costituiti da appartamenti in cui, autogestendosi - previo l'affiancamento e l’aiuto di operatori specializzati - convivano un massimo di otto richiedenti asilo/Rifugiati).
Nei SAI/SPRAR vigono regole più ‘emancipative’ (come, ad esempio, il Contratto di Accoglienza tra gestori e migranti) attraverso il quale vengono anche posti raggiungimenti di obiettivi emancipatori e conseguenti scadenze sulla base delle quali trasferire la propria residenza in appartenenti gestiti e pagati direttamente dai migranti (che ne frattempo avranno svolto corsi di formazione sulla base dei quali aver rintracciato lavori affini alla loro formazione);
È importante sottolineare che l'aumento di strutture Sai è necessario, ma non può essere risolutivo se non si attivano, a livello nazionale, attività di professionisti nell'emancipazione.
4) Realizzazione di corridoi umanitari in cui far giungere, senza rischio vita, i richiedenti asilo.
I SAI non devono esser visti come un luogo dove vivere senza nessun limite. Anzi, i SAI devo essere visti come una sorta di 'acceleratore di particelle' attraverso il quale i migranti vengo aiutati a correre verso un loro futuro di autonomia ed emancipazione;
5) Contemporaneamente va diminuito il numero di migranti in rapporto agli operatori/operatrici che lavorano con loro (più lavoratori/lavoratrici per numero di migranti);
6) Occorre aumentare gli appuntamenti per i decreti flussi (anche perché, nel 2025, tra i tanti richiedenti asilo solo il 7,6% ha ottenuto l’Asilo, il 13,7 la Protezione Sussidiaria della UE e il 14, 7, il Permesso Speciale inventato da Matteo Salvini);
Elementi di grande importanza sono quelli dell'approccio e della Competenza /Professionalità.
Se per costruire un ponte è necessario una pluralità di professionalità, (a partire dall’ ingegnere per poi arrivare al muratore specializzato) anche per accompagnare un richiedente asilo all’autonomia e all’emancipazione sono necessari gli specialisti, formati e remunerati con uno salario riconosciuto dai contratti collettivi (come, peraltro, sottolineato recentemente anche dal Presidente della Cei Matteo Zuppi, ndr).
Occorrono professionisti come insegnanti di lingua con certificazioni Ditals che eroghino certificazioni Cils (per gli studenti) NON MAESTRE/I IN PENSIONE, operatori di integrazione, mediatori linguistici adeguati specializzati (non basta conoscere una lingua per lavorare in questo settore), etnopsichiatri, operatori che sappiano trasmettere le conoscenze sugli aspetti socio-sanitari, operatori che tengano corsi di formazione a partire dalla Costituzione, sulla storia delle migrazioni a livello mondiale, fino a giungere alla conoscenza delle normative regolamentano la presenza di migranti in Italia nonché sul codice della strada e sull’economia domestica.
Un lavoro finalizzato, come dimostra l’esperienza sul campo, alla conoscenza e alla collaborazione con gli abitanti del quartiere, siano essi italiani o migranti di più antica migrazione.
Il Comune di Pistoia, dovrebbe quindi promuovere, e richiedere ad eventuali gestori, certificazioni di competenza.
7) Contemporaneamente il Comune di Pistoia, concordando con l’Anci e Comuni che già ospitano dei Centri SAI, dovrebbe promuovere corsi di formazione e aggiornamento annui attraverso i quali creare personale specializzato.
Mentre ricopiavo gli appunti del super laico Roberto mi è venuta in mente una lettera di Frei Betto a Paulo Freire, il più grande educatore popolare, a mio avviso, nella storia dell'umanità.
La lettera è contenuta nel volume, conservato dal Centro di Documentazione di Pistoia, "Paulo Freire. Un educatore popolare", a firma di Sergio Haddad.
"Caro Paulo, Ti ricordi che i manuali di alfabetizzazione insegnavano: "Ivo ha visto l'uva". Ma tu, con il tuo metodo di insegnare l'alfabetizzazione coscientizzando, di far precedere la lettura del mondo alla lettura del testo, hai portato adulti e bambini in Brasile e Guinea Bissau, India, Nicaragua e tanti altri luoghi, a scoprire che Ivo non vedeva solo con gli occhi. Vedeva anche con la mente e si chiedeva su l'uva è natura o cultura. Ivo vedeva che il frutto non è il risultato non è il risultato del lavoro umano. E' Creazione, è natura.
Tu hai insegnato a Ivo che seminare l'uva è un'azione umana nella e sulla natura. E la mano, con le sue numerose capacità, risveglia la potenzialità del frutto.
Proprio come l'essere umano stesso è stato seminato dalla natura in anni e anni di evoluzione dell'Universo. Vendemmiare l'uva, pigiarla e trasformarla in vino è cultura, hai sottolineato".
Non è un caso, come ho ribadito in tutte e tre le edizioni del mio libro: "Le 150 ore per il diritto allo studio", che Paulo Freire fosse entusiasta e coinvolto, rispetto al grande movimento di emancipazione ed educazione popolare, riconosciuto dallo Stato, ma regolato non da leggi, ma da contratti collettivi di lavoro, come le 150 ore italiane.
Una grande esperienze collettiva di "sollevazione" radicalmente riformatrice che non solo ha portato oltre un milione e mezzo di operai e operaie a conseguire un titolo di studio, ma che ha costruito percorsi di vera emancipazione, coinvolto, pur con qualche fatica, il mondo degli intellettuali e dell'Università, disegnato percorsi fondamentali per la salute e sicurezza in fabbrica, accompagnando la nascita di Medicina Democratica.
E non è un caso che quando ho svolto le mie ricerche in tutta Italia per la realizzazione del libro ho ritrovato tanti ex insegnanti emancipanti delle 150 ore impegnati nell'insegnamento dell'italiano lingua due, non come mera trasmissione di conoscenze, ma come pratica, professionale e volontaria, di costruzione di percorsi di nuova cittadinanza.
Se penso a Pistoia città della Pace, caro Giovanni Capecchi, cari/e candidati/e tutti/e, penso al percorso proposto da Roberto Niccolai, nel solco, non solo di Paulo Freire e della sua "pedagogia degli oppressi", ma di una grande, grandissima esperienza di costruzione creativa dal sapere, come le 150 ore per il diritto allo studio, che, anche a Pistoia, pensiamo alla Breda, ha conosciuto una storia significativa che andrebbe recuperata, raccontata, reinventata.
Altro che "Don" Massimo Biancalani da Pistoia, uno che, a mio parere - sbaglierò - la scuola dove, per fortuna ancora per poco insegna, manco sa dove si trovi. O quasi.
Francesco Lauria
Commenti
Posta un commento